Copio qui una mia nota scritta su Facebook:
Non mi piace scrivere qui, per motivi "x" che non sto a spiegare. Forse perché non li ho capiti bene nemmeno io, ma tant'è.
Sono le 4.01. Studio. Penso. Mi illudo e mi disilludo. E' l'ora peggiore, questa. L'ora del tumulto, l'ora della rabbia, del ghigno di sfida nei confronti del mondo. Ma chi voglio sfidare? Chi? A chi diavolo devo dimostrare qualcosa, dopotutto?
E' l'ora peggiore. L'ora in cui la notte si appresta a morire, e un nuovo ed eterno giorno sta per nascere. E' l'ora in cui sulle labbra e nel cuore si riversa tutta quell'immotivata amarezza, che ha quel dannato sapore amaro che non se ne va per giorni. E giorni. E giorni.
L'ora in cui ogni pensiero, ogni riflessione, mi si ritorce contro. E mi trovo a combattere contro tutti i miei demoni, quei demoni che ho innalzato io stessa forse, o che inconsciamente ho seguito ed ora non so più abbandonare.
O forse è solo il mio dannato "vizio" di pensare e ripensare e soppesare ogni singola azione, pensando alle miriadi di conseguenze (più o meno probabili) che essa può avere.
O forse non lo so. Forse è solo il germe della follia? O il germe della mediocrità ? O della stupidità ? O di che altro?
E a chi posso chiederlo, se non a me? A me che non ho una sola, dannata risposta.
Potessi uscire di qui e correre, contro il vento, contro le stelle, contro la notte.Lasciarmi alle spalle i frutti maledetti del mio pensare. Potessi correre e gridare fino allo sfinimento; correre incontro all'alba e sentire che la vita, come ogni giorno, rinasce intorno a me. Dentro di me.
Forse i miei demoni non sono che le mie stupide, vane illusioni. Forse questa è tutta la verità .
Forse il mio è solo uno stupido blaterare senza senso. Forse io non posso semplicemente fare a meno di scrivere -considerazione che, lo so, non ha nulla a che vedere con tutto questo-.
"La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia", diceva qualcuno, ben più grande e geniale di me. A volte sento che non posso dargli torto, come all'altro suo compare nonché mio connazionale, brutto e gobbo.
Leggo quest'ultima frase e mi strappo un sorriso. Sono tutta una contraddizione, un'assurdità di pensieri ingarbugliati, di momenti di impeto artistico e vitale e di torpore dal quale mi trovo a credere che non uscirò mai (salvo poi uscirne sempre, in qualche modo).
Sono una paranoia ambulante e un giullare di corte. Sono una bambina sciocca che si commuove per il tramonto a Venezia o per una sera che profuma particolarmente d'estate.
Sono un dannato casino, in sostanza.
Ed ecco che dopo il picchiare forsennato delle dita sui tasti del pc, dopo aver sputato senza nemmeno pensarci sopra quel nodo d'amarezza generato da chissà quale dei miei inutili pensieri, ecco che l'ora peggiore è passata, in men che non si dica.
Ecco che il tumulto si placa e la necessità della sfida al mondo, svanisce. Come se avessi corso e gridato contro la notte, andando a incontrare l'alba.
Come se fossi una bambina sciocca che si pente di tutte le sue lagne, perché ogni tanto si dimentica che ci sono sogni e sogni; e alcuni non faranno male, mai. Quei sogni che sono il punto fermo di una vita intera. Da una vita intera. E il resto, se Dio vuole (e vuole, vero?), verrà .
...ho fame.
(Si ringraziano per le innumerevoli suggestioni gli egregi signori: T.S. Eliot, D. Calimani (rido.), W.B. Yeats, A. Schopenhauer e ultimo in ordine di apparizione, ma primo fra tutti, G. Leopardi. E un po' anche R. Damiani, perché in questi giorni, sta bene ringraziarlo. Anche se sento che prima della sessione di laurea di marzo-aprile, un po' lo odierò. Poco. Ok, notte, gente.)
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